MUSEO ARCHEOLOGICO

Il Museo Civico, Sezione Archeologica, è stato istituito nel novembre del 1992, in seguito alla donazione di alcuni reperti, rinvenuti casualmente da parte di un cittadino Lercarese, il sig. Nino Caruso. A questo primo nucleo si è aggiunto nel corso degli anni altro materiale portato alla luce nel corso delle due campagne di scavo, nel 1995 e nel 1998  condotte, sul Colle Madore, dalla Sezione Archeologica della  Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Palermo.

Su   questo rilievo, dall’aspetto arido e desolato, è stato scoperto un insediamento arcaico che ha restituito reperti di rara bellezza ed altissimo valore scientifico e che oggi offre uno spaccato vivo e palpitante della oscura storia dei Sicani, che furono tra i più antichi abitatori della Sicilia.

Il Colle , sfruttato da secoli per l’estrazione dello zolfo , data la sua natura geologica gessoso-zolfifera, è molto interessante per la sua collocazione geografica, tra i versanti meridionale e settentrionale dell’Isola e lungo il percorso principale di collegamento tra Himera e Agrigento, importantissime colonie greche , tra le vallate del fiume Torto e del fiume Platani. Sede inizialmente di un centro indigeno, l’insediamento sul colle ha subito  una forte ellenizzazione a partire dall’inizio del VI sec. a.C. che si è accentuata nella seconda metà del secolo  soprattutto ad opera di Himera, come attestano i rinvenimenti di materiali greci importati. Altro tipo di materiale, invece, ci mostra, come gli abitanti del Madore avessero rapporti  e collegamenti con altri centri indigeni sparsi nel territorio (Polizzello, Cassaro di Castronovo, Montagna dei Cavalli ed altri), dove le esplorazioni archeologiche hanno rivelato, nello stesso periodo, materiale similare.

Nell’area scavata è documentata una violenta distruzione, con tracce di incendio, tra la fine del VI ed i primi decenni del V sec. a.C., infatti non vi sono testimonianze di frequentazione del sito dopo la fine del V secolo. Durante le due campagne di scavo sono stati riportati alla luce un tratto pavimentato con lastre calcaree di straordinario interesse, un edificio con il tetto spiovente a grandi lastre piane, denominato Sacello o edificio sacro ed alcuni ambienti, adibiti a magazzini all’interno dei quali, si pensa, vi fosse un’officina per la lavorazione dei metalli.

Oggi, presso la struttura museale, ubicata nei locali della Biblioteca Comunale, ceramiche e lamine bronzee, elegantemente esposte, databili, al VII, VI sec. a. C., pannelli con didascalie esplicative, disegni e grafici, ci accompagnano alla scoperta delle nostre radici e suscitano particolari emozioni.

Tra i materiali indigeni, dal versante meridionale del Colle provengono alcuni frammenti di vasi ascrivibili alla cultura di Tapsos (sito archeologico a nord di Siracusa), ciotole aperte con anse sopraelevate e biforcate nella parte superiore. Di straordinario interesse è un gruppo di sette lamine di bronzo, con decorazione a sbalzo databili nell’ambito del VII sec. a. C. Due di esse sono decorate con volti antropomorfi stilizzati, di grande espressività, gli occhi sono resi con bugne, le sopracciglia con fili di perline, un triangolo indica la bocca ed una semplice linea il naso. Gli altri frammenti, presentano disegni stilizzati con motivi a bugnette (parti rotondeggianti a rilievo) di protomi taurine (forma a testa di toro). Misteriosa resta la funzione e la destinazione di questo tipo di lamine rinvenute, soltanto, in altri due siti della Sicilia centrale, Terravecchia di Cuti e Sabucina, oltre che nel Mendolito (Adrano). Esse potrebbero essere pertinenti a decorazioni di armature di tipo indigeno, oppure di lamine con destinazione votiva.

Un Oggetto molto particolare, rinvenuto incompleto, è il modello fittile (di terracotta) di capanna circolare,  sormontata da un’ansa con decorazione a bande brune. Analoghi modelli di capanne di terracotta , datati nell’ambito del VII sec. a. C. sono stati trovati a Vassallaggi e Polizzello. Esse possono essere considerate come oggetti votivi.

Nello stesso secolo sono databili due vasi multipli, decorati a bande del tipo a Kernos con tre coppette a vasca collegate da fori.

Tra il materiale di ceramica a decorazione impressa ed incisa spicca un eccezionale Pithos, ricomposto da numerosi frammenti, decorato con motivi geometrici tra ci semicerchi e stendardi, il cui effetto coloristico era arricchito dall’uso di vernice rossa e bianca dipinta sul fondo delle fasce decorate. Essi venivano utilizzate per conservare liquidi (olio, acqua, vino) ed anche cereali.

Numerosa la ceramica dipinta , in arancio, rosso, nero o bruno, con disegni geometrici, dalle linee semplici. Tra le forme, scodelle, brocchette, pithos ed un grande cratere su piede troncoconico decorato in origine a bande,

Presso la saletta archeologica è custodito anche materiale d’importazione, proveniente da Atene, Corinto, Rodi, Samo e Sparta, che ci permette di conoscere il momento storico in cui sono state fondate le colonie greche dell’isola e testimonia i frequenti rapporti commerciali.

Tra questi, di particolare rilievo, reperti dipinti con la caratteristica tecnica delle figure nere e rosse,  la Lekythos, contenitore di oli profumati usati dalle donne e diffusi nel cerimoniale funerario ed alcuni crateri usati per miscelare vino ed acqua secondo l’uso greco.

Pochi i frammenti di ceramica Laconica (di Sparta), piccoli crateri con il corpo verniciato di nero.

Tra i materiali d’importazione sono state rinvenute alcune anfore commerciali, grandi vasi a due anse (manici), venivano utilizzate nell’antichità come contenitori per il trasporto e la conservazione di derrate alimentari (vino, olio, pesce salato, cereali, miele e spezie, etc).

Molto suggestivo un Louterion  (bacino di terracotta con larga vasca su colonnetta) utilizzato in ambito domestico, forse destinato per la sala dei banchetti o in edifici a carattere sacro.

Un altro pezzo rinvenuto sul colle, sia per la tipologia che per il soggetto rappresentato, è un unicum, per l’area centrale dell’Isola. E’ un’edicola votiva, scolpita nella pietra arenaria, ricomposta da tre frammenti e parzialmente lacunosa. Essa rappresenta una figura maschile nuda, con il piede sinistro appoggiato su un’anfora da trasporto, ed il braccio destro sollevato. L’ipotesi degli studiosi è che la figura rappresenti Eracle che attinge alla fonte, (Colle Madore, infatti, è ricco di acque termali sulfuree). Noto è il culto di questo eroe nell’isola, Diodoro Siculo nella sua opera narra che le ninfe fecero sgorgare acqua a Segesta ed Himera affinché l’eroe, delle dodici fatiche, si ristorasse lungo il percorso con le sue mandrie. Essa è stata datata tra la fine del VI ed i primi decenni del V sec. a. C.

Molto particolare anche un’arula, piccolo altarino per culti domestici decorata a rilevo su uno dei due lati lunghi, con due quadrighe in corsa.  Numerosissimi i frammenti di lucerne (recipienti in terracotta con tubicino centrale a beccuccio, riempito con olio d’oliva che servivano per l’illuminazione domestica)  ed i pesi da telaio di forma sia troncoconica che troncopiramidale.

In un angolo della sala documentazione, realizzata con la consulenza ed il supporto tecnico-scientifico della già citata sezione Archeologica della Soprintendenza, occupa un posto di particolare rilievo un gigantesco Pithos (grande contenitore per acqua piovana o grano), ancora in fase di restauro. Esso, pur non essendo di particolare pregio e fattura, per le sue dimensioni (altezza cm.1,60, diametro intermedio cm. 1,40) rappresenta una  rarità. Infatti, in nessun altro posto della Sicilia ne sono stati rinvenuti simili, ad eccezione di Himera, dove sono stati ritrovati di uguale grandezza ma di forma totalmente diversa. Con i fondi della Comunità Europea, nel corso della prossima primavera, sarà condotta dalla Sezione Archeologica della Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo la terza campagna di scavo che, probabilmente, oltre a riportare alla luce altro materiale, permetterà la totale fruizione del Sito.